Snowpiercer

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Il mondo è stato gettato in un inverno perenne a causa di un esperimento per ridurre l’effetto serra. Gli unici sopravvissuti viaggiano su di un treno ultramoderno, in movimento perenne, diviso per scompartimenti. Ridotti in condizioni disumane, affamati e devastati psicologicamente, i passeggeri delle ultime carrozze si ribellano e danno inizio a una rivoluzione per raggiungere la locomotiva.

Snowpiercer rappresenta l’esordio in una produzione americana del regista Bong Joon-Ho, basato su una serie a fumetti francese.

A parte le scene di violenza (la principale è la battaglia, in uno dei primi vagoni, fra i rivoltosi e un gruppo mercenario, in parte combattuta al buio o con la luce di torce artificiali) questo è un film calmo, ragionato, discorsivo. Forse anche troppo. Visto l’argomento scontato (non sono pochi i film che trattano di un futuro in cui il mondo è devastato e l’umanità è ridotta a dover combattere, idem dicasi anche per le serie tv) è una storia che poteva e doveva essere trattata in maniera originale.

E la via scelta dal regista è prettamente critico-filosofica, invece di mostrare l’estrema conseguenza di uomini costretti a vivere in condizioni disagiate (chi ha di meno vuole avere di più) si parla e si ragiona attorno a un principio basilare ripetuto in più momenti: ognuno ha un suo posto e bisogna mantenere un equilibrio (la ribellione stessa progettata dai protagonisti rientra in questa regola, non è che l’ultima di altre che l’hanno preceduta: parti importanti dello stesso progetto avente lo scopo di mantenere il treno in condizioni di andare avanti).

Ma non è un difetto la scelta di un film in gran parte parlato. Le scene di maggior effetto da un punto di vista emotivo sono infatti quelle in cui i protagonisti discutono o mettono a nudo i propri pensieri. Il momento clou è senza dubbio quello in cui Curtis (Chris Evans) confessa di aver compiuto atti di cannibalismo durante i primi giorni di viaggio del treno e di trovare più buona la carne di bambino.

Il finale del film è forse ancora più emblematico di tutto il film stesso nel suo principio di base, una critica senza alcun appello al genere umano, indipendentemente dal genere o dalla classe sociale. Dal treno escono vivi solo due persone, guarda caso un bambino e una ragazza non ancora maggiorenne. Una storia contro l’umanità forse ma non contro la vita.

P.S. a me dopo aver visto l’orso polare, scena che chiude il film, è venuta voglia di bere una Coca Cola.