Quella casa nel bosco

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Cinque ragazzi si concedono una vacanza in una casa situata in un posto isolato. Quello che doveva essere un weekend spensierato si trasforma in un’esperienza terrificante durante la quale accadrà praticamente di tutto.

Quella casa nel bosco rappresenta l’esordio come regista di Drew Goddard. La pellicola risale a qualche anno fa ma solamente nel 2012 è stata rilasciata nelle sale, a causa di problemi finanziari della casa di produzione.

Già pochi giorni dopo l’uscita il film è stato giudicato come una pietra miliare nella storia della cinematografia horror moderna, per il suo saper rileggere tutti gli stereotipi e i topos di questo genere e unirli in un unica pellicola.

In realtà il problema principale di questo film, oltre ad avere affidato i ruoli principali ad attori non di primo livello (e che regalano delle recitazioni alla pari delle loro capacità), è proprio questo aver mescolato una catena chilometrica di riferimenti ad altre pellicole invece di creare e partire una storia nuova:

  • L’incipit del film e l’ambiente di partenza sono presi da La casa di Sam Raimi, come anche la botola che si apre da sola e la lettura del libro come causa dello scatenarsi di tutto.
  • Fra i mostri presenti sono chiaramente riconoscibili le due bambine gemelle del film Shining, una rivisitazione del demone Pinhead della serie Hellraiser e il Nosferatu dell’omonimo film diretto da Murnau.
  • La struttura di celle cubiche che cambia formazione ricorda molto il labirinto della trilogia Cube – il cubo.
  • Lo stesso rituale in Giappone mostra un gruppo di ragazzine intrappolate in una scuola e minacciate da un fantasma con una lunga capigliatura nera che le copre il viso, altro chiarissimo riferimento al film The Ring (remake di un film per l’appunto giapponese).
  • E per concludere in bellezza troviamo gli Antichi, i demoni malvagi citati in molti dei racconti scritti da Lovecraft, e un finale negativo nel quale (ve lo sareste aspetto?!) il rituale fallisce e gli dei si risvegliano per distruggere il mondo.

Il risultato, per l’appunto, è una storia che sembra più un collage fotografico realizzato da un bambino, un esperimento più che un tentativo serio di fare cinema. Un vero peccato se si considera che Goddard è uno dei più promettenti sceneggiatori di Hollywood.

La balia

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Ennio Mori (Fabrizio Bentivoglio) e la moglie Vittoria (Valeria Bruni Tedeschi) hanno appena avuto un bambino. La donna però è soggetta a depressione e non riesce ad allattare il bambino. Per questo viene assunta una balia, Annetta (Maya Sansa), una contadina analfabeta.

Bellocchio è un regista che si può definire “in continuo divenire“. I suoi film partono da storie molto diverse fra di loro, basta guardare gli ultimi tre titoli della sua filmografia: Vincere, Sorelle mai, Bella addormentata (il matrimonio segreto di Benito Mussolini con Ida Dalser, una serie di segmenti scollegati fra loro in parte recuperati da un film precedente del 2006 e l’eutanasia). La balia è la trasposizione dell’omonima novella di Luigi Pirandello.

I protagonisti sono il dottore e la balia, tra i quali si instaura un rapporto di reciproco insegnamento. Lui insegna a lei a leggere e a scrivere, lei insegna a lui a essere più libero nella mente. Il cambiamento è l’elemento chiave di questo film. Il professore afferma che Annetta è intelligente, dotata di un animo profondo a tal punto da non aver bisogno di imparare a leggere ma la ragazza risponde che non vuole rimanere uguale. Non rimanere uguali. La pellicola di Bellocchio, non fra le più importanti se vogliamo dirla tutta, sta tutta in queste tre parole.

Gli altri personaggi, infatti, si potrebbero benissimo definire inutili, se si cancellassero le scene dedicate a loro il film andrebbe davanti da solo senza problemi. Il travaglio di Vittoria, incapace di provare affetto per suo figlio; il giovane aiutante di Mori che si innamora di una ragazza di idee politiche comuniste, scappata nel loro sanatorio per cercare rifugio; il galantuomo malato di mente a cui Mori va a fare visita spesso, inutilmente. A parte una lode per l’interpretazione di Michele Placido dell’ultimo personaggio citato, non si può dire niente di questi personaggi.

La balia rimane dunque, senza dubbio, una delle produzioni minori di Bellocchio, un esercizio di regia che lascia il tempo che trova.

Snowpiercer

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Il mondo è stato gettato in un inverno perenne a causa di un esperimento per ridurre l’effetto serra. Gli unici sopravvissuti viaggiano su di un treno ultramoderno, in movimento perenne, diviso per scompartimenti. Ridotti in condizioni disumane, affamati e devastati psicologicamente, i passeggeri delle ultime carrozze si ribellano e danno inizio a una rivoluzione per raggiungere la locomotiva.

Snowpiercer rappresenta l’esordio in una produzione americana del regista Bong Joon-Ho, basato su una serie a fumetti francese.

A parte le scene di violenza (la principale è la battaglia, in uno dei primi vagoni, fra i rivoltosi e un gruppo mercenario, in parte combattuta al buio o con la luce di torce artificiali) questo è un film calmo, ragionato, discorsivo. Forse anche troppo. Visto l’argomento scontato (non sono pochi i film che trattano di un futuro in cui il mondo è devastato e l’umanità è ridotta a dover combattere, idem dicasi anche per le serie tv) è una storia che poteva e doveva essere trattata in maniera originale.

E la via scelta dal regista è prettamente critico-filosofica, invece di mostrare l’estrema conseguenza di uomini costretti a vivere in condizioni disagiate (chi ha di meno vuole avere di più) si parla e si ragiona attorno a un principio basilare ripetuto in più momenti: ognuno ha un suo posto e bisogna mantenere un equilibrio (la ribellione stessa progettata dai protagonisti rientra in questa regola, non è che l’ultima di altre che l’hanno preceduta: parti importanti dello stesso progetto avente lo scopo di mantenere il treno in condizioni di andare avanti).

Ma non è un difetto la scelta di un film in gran parte parlato. Le scene di maggior effetto da un punto di vista emotivo sono infatti quelle in cui i protagonisti discutono o mettono a nudo i propri pensieri. Il momento clou è senza dubbio quello in cui Curtis (Chris Evans) confessa di aver compiuto atti di cannibalismo durante i primi giorni di viaggio del treno e di trovare più buona la carne di bambino.

Il finale del film è forse ancora più emblematico di tutto il film stesso nel suo principio di base, una critica senza alcun appello al genere umano, indipendentemente dal genere o dalla classe sociale. Dal treno escono vivi solo due persone, guarda caso un bambino e una ragazza non ancora maggiorenne. Una storia contro l’umanità forse ma non contro la vita.

P.S. a me dopo aver visto l’orso polare, scena che chiude il film, è venuta voglia di bere una Coca Cola.

La grande bellezza

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Jep Gambarella. Un unico romanzo scritto da giovane, che gli ha dato il successo. Una carriera riconosciuta, ma non tropp0, come giornalista. Un’esistenza vissuta all’insegna delle feste nei luoghi più belli di Roma. Una vita che, secondo il protagonista stesso, fa schifo e che non gli lascerebbe nessuna speranza…

Paolo Sorrentino e Toni Servillo. Il primo è il regista di capolavori del cinema italiano contemporaneo quali Le conseguenze dell’amoreIl divo, pellicole aventi il loro protagonista in Servillo (3 volte Miglior Attore ai David di Donatello, . Due nomi che basterebbero già da soli a spiegare la bellezza de La grande bellezza (chiedo venia per il gioco di parole), candidato al Golden Globe 2014 come Miglior film Straniero e fra i possibili vincitori dell’Oscar nella medesima categoria.

Il punto più forte di questo film, che di punti deboli oggettivamente non ne ha, non sta però nella regia, non sta nel protagonista e nemmeno dei vari comprimari presenti (da Carlo Verdone a Sabrina Ferilli a Carlo Buccirosso, nemmeno uno fuori posto). E’ la storia raccontata. E cosa racconta Sorrentino, ovviamente sceneggiatore del film? Una Roma fatta di lucido marmo e di marciume. Diverse scene sono dominate dalla nostra capitale, dalle rovine dei più bei palazzi storici (stupenda la parte del film in cui Gambardella e Ramona visitano alcuni di questi, grazie alla complicità di uno degli amici del giornalista) che a dirla tutta stanno meglio di molte persone della “Roma bene”, esponenti di un’alta borghesia dedita a feste e all’ingordigia più sfrenata.

La realtà in cui Jep Gambardella vive è qualcosa di desolante, di vuoto e insignificante. Di niente e nulla più.

«Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?» (Jep Gambardella/Toni Servillo).

Bastano cinque/sette minuti per capire che per Sorrentino tutte queste persone e tutta questa nostra realtà odierna non valgono niente. Precisamente i cinque/sette minuti in cui una delle amiche di Jep si vanta di tutti i suoi successi: il suo matrimonio (con un uomo che vive quasi apertamente la sua omosessualità), l’aver cresciuto i suoi figli (affidandoli praticamente in ogni momento a qualcuno della servitù), i suoi romanzi di formazione (pubblicati da una casa editrice compiacente) e l’aver scritto la storia del partito di sinistra a cui appartiene (grazie al fatto di essere andata a letto con il segretario del medesimo partito). Tutte vittorie di Pirro (povero Pirro, tirato in ballo…) puntualmente smentite dal giornalista di fronte ai suoi amici.

Si diceva che il punto di forza del film è l’argomento, questo ritratto di una Roma letteralmente putrefatta. Tuttavia parte del merito va riconosciuta agli attori coinvolti. Di Toni Servillo non c’è bisogno di dire alcunché. Parecchio si potrebbe dire degli interpreti comprimari, ognuno perfetto nel suo ruolo grande o piccolo che sia. Sarà il rapporto più profondo con il protagonista ma sono i personaggi di Carlo Verdone e di Sabrina Ferilli a essere, a mio modo di vedere, quelli più riusciti. A dispetto di ovvie differenze, Romano e Ramona (a chiunque non sfuggirà come non sia un caso la scelta dei nomi) comprendono ciò che va seguito e ricercato, ovvero la semplicità. L’amico cerca di scrivere un’opera teatrale colta e di portarsi a letto un’attricetta tossica, capendo solo alla fine che i testi migliori sono quelli che vengono dal cuore e che Roma non è che una grande delusione. La spogliarellista è l’unica a rimanere disturbata dal mondo di Jep (soprattutto di fronte alla bambina costretta dai genitori con la forza a dipingere di fronte a tutti, anche se lei preferirebbe solo essere una bambina).

Di fronte a La grande bellezza si può solo decidere di inchinarsi. E chiedersi, qualora si pensi ai vip d’oggi con un pizzico d’invidia, se non dovrebbero essere loro a invidiare noi.

Up

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Carl Fredricksen è un uomo anziano di circa 80 anni. Ha vissuto tutta la vita al fianco della moglie Ellie, conosciuta da bambina e da subito amata. Dopo la morte della donna si è chiuso in se stesso e non accetta la compagnia di nessuno. Sfrattato dalla sua casa e condannato a vivere in una casa per anziani, decide di realizzare l’ultimo sogno della moglie e di volare verso l’America del Sud attaccando migliaia di palloncini alla sua abitazione. Involontariamente porta con sé Russell, un giovane boy scout che vuole acquistare il distintivo di accompagnatore di adulti. Insieme vivono un’avventura che nessuno dei due si sarebbe aspettato.

Up ha vinto il Premio Oscar 2007 come Miglior Film d’Animazione e detiene il record di essere stato il primo cartone animato a essere candidato anche nella categoria Miglior Film, dopo La Bella e la Bestia nel 1991

La trama del film è molto semplice, si potrebbe dire che sia ridotta all’osso: un viaggio, due persone che si incontrano e si conoscono, un cattivo che viene sconfitto. Il pregio di questa storia non sta infatti nel racconto ma nel messaggio che sta dietro di questa: la vita può essere fantastica, anche dopo molti anni e dopo grandi sofferenze. Va sempre vissuta. Carl ed Ellie vivono assieme anni felici, sempre con il sorriso sul viso anche di fronte a fatti dolorosi (come il non poter avere figli). E la donna sprona Carl ad andare avanti, in quella che è senza dubbio la scena più commuovente del film, lasciando un ultimo messaggio nel loro libro delle avventure:

25896_388184154361_4437386_nGrazie per l’avventura. Adesso vivine un’altra! Con amore, Ellie.

Bisogna rialzarsi quando si cade. Questo è quello che Carl impara.

The Conspirator

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15 aprile 1865. Abraham Lincoln viene assassinato. Mary Surratt (Robin Wright), madre di un amico e confidente di John Wilkes Booth, finisce a processo accusata di aver fornito assistenza al gruppo di attentatori. A difenderla durante il processo Frederick Aiken (James McAvoy), reduce di guerra e avvocato. In realtà non si tratta di un processo equo ma di una recita fatta per il popolo e per la sete di vendetta di un’intera nazione.

The Conspirator è un film diretto da Robert Redford, un regista piuttosto singolare. La sua produzione è infatti piuttosto ampia e oltremodo eterogenea per tematiche. Volendo analizzare anche solo di sfuggita questa parte della sua filmografia, si nota che le ultime pellicole sono dedicate a una critica agli Stati Uniti, al governo americano e a molte delle sue ipocrisie. La pellicola dedicata alla storia americana e a quanto successo in seguito all’omicidio di Lincoln parla appunto di questo. Il processo a Mary Surratt mostra un magistrato accusatore senza alcun limite, al quale è concesso ogni cosa pur di arrivare a un verdetto di colpevolezza e un avvocato difensore senza mezzi nella sua ricerca di salvezza per la donna. Il motivo? Lincoln è morto e il popolo americano vuole vendetta. Si badi bene, non giustizia ma vendetta. Una linea che viene portata avanti sia dal magistrato che dalla giuria militare, concorde nella scelta di soddisfare l’odio di tutta la nazione.

E questo è l’interrogativo su cui si basa tutto il film: è più giusta la vendetta o la giustizia? Poco prima che la Surratt sia giustiziata, il magistrato (Danny Huston) cita Cicerone e uno dei suoi detti a cui l’avvocato Aiken risponde prontamente

“In tempo di guerra la legge tace” (Joseph Holt/Danny Huston)

“Non dovrebbe essere così” (Frederick Aiken/James McAvoy)

Fino a che punto si è autorizzati ad arrivare per una causa più alta? Tutti in questo film sono concordi a far morire una donna che, nella realtà dei fatti, non ha nessun ruolo in quanto accaduto. Il motivo è riconosciuto nel bene della nazione americana, per non perdere la pace conquistata con il sangue. Una pace che in realtà brama ancora sangue. E allora di che pace stiamo parlando? E’ veramente pace quella raggiunta?

Alla fine il popolo ha raggiunto ciò che voleva. Gli assassini di Lincoln sono stati tutti giustiziati, il presidente è stato vendicato. Ma cosa distingue il governo americano da John Wilkes Booth e dagli altri congiurati? Entrambi hanno ucciso una persona per i propri scopi. Una diversità oggettiva sembra non esserci, probabilmente non esiste.

The conspirator è il ritratto di una nazione che cerca di superare un evento orribile nella maniera peggiore. Ma è anche il ritratto di due persone che lottano per i propri ideali: la Surratt cerca in tutti i modi di difendere il figlo, Aiken cerca di impedire che la giuria e il pubblico ministero si macchino di una colpa orribile. In realtà Aiken sta lottando per tutta la nazione, perché la fine della guerra rappresenti un vero cambiamento per l’America. Purtroppo senza riuscirci.

Antichrist

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Un uomo (Willem Dafoe) e una donna (Charlotte Gainsbourg) subiscono la perdita del figlio, precipitato da una finestra mentre i due avevano un rapporto sessuale. Lui decide, in qualità di psicologo, di prendere in cura la moglie per cercare di farla uscire dalla depressione in cui è caduta. La porta nel luogo in cui la donna è stata in passato, assieme al figlio, per scrivere un trattato sulla caccia alle streghe e sulla persecuzione delle donne credute tali. Iniziata con intenzioni di cura e di una rinascita, l’esperienza si tradurrà in un orrore indescrivibile e in una sofferenza morbosa.

Antichrist è uno degli ultimi film realizzati da Lars Von Trier, regista moderno fra i più controversi non sempre per ragioni positive (al Festival di Cannes 2011 ha rilasciato dichiarazioni circa la sua fede nazista, dilungandosi in complimenti e affermazioni di lode rivolte ad Albert Speer, ministro hitleriano, e addirittura verso Hitler stesso

“Cosa posso dire? Capisco Hitler. Ha fatto alcune cose sbagliate, assolutamente, ma posso immaginarmelo seduto nel suo bunker, alla fine … mi immedesimo, sì, un po” (Lars Von Trier, Festival Cannes 2011)

dichiarazioni che sono costate l’espulsione dalla manifestazione al regista,  il quale in seguito si è giustificato sostenendo che si trattasse solo di uno scherzo ai giornalisti).

Antichrist è diverso dalle altre pellicole realizzate da Von Trier, e questo è indiscutibilmente un bene. Qui abbiamo elementi che virano indiscutibilmente verso l’horror psicologico e, in alcuni punti, verso l’horror slasher, generi mai toccati prima dal regista (se si esclude la miniseria TV The Kingdom – Il Regno del 1994, anche qui comunque in minima parte). Il risultato finale è un qualcosa che possiede molte luci ma altrettante ombre, può essere apprezzato ma senza dubbio merita anche critiche negative.

L’intenzione di Von Trier era sicuramente di realizzare un film inquietante, che creasse sensazioni difficili da sopportare. In questo il regista ha ottenuto un ottimo risultato. La luce e l’ambientazione scenica scelte sono perfette da questo punto di vista, come anche la presenza di inserti sonori di sicuro effetto.

Come molti altri film che l’hanno preceduto anche Antichrist è una pellicola con diversi contenuti concentrati nei personaggi e nella trama.

Volendone riconoscere uno più importante di altri, in un’ipotetica scala gerarchica, va riconosciuta la descrizione del dramma della protagonista, la lenta discesa di lei fino alla follia. Sostenuto da una prova maiuscola della Gainsbourg, premiata a Cannes come miglior attrice, il film si concentra sui tentativi dell’uomo di far guarire la moglie dalla depressione. Ma sono tentativi inutili giacché il male dentro la donna è qualcosa di parzialmente slegato dalla morte del bambino, forse non riguarda nemmeno questo. Alcune foto trovate mostrano come la donna costringesse il bambino a indossare le scarpe al contrario e. Ma la cosa più grave è che lei ha visto il figlio mentre questi saliva sul tavolo e si dirigeva verso la finestra, senza però fare niente per fermarlo.

E quindi qual’è la spiegazione di tutto questo? Un odio profondo, intrinseco alla natura della donna? Sembrerebbe di sì. La protagonista stava compiendo una tesi circa la persecuzione delle streghe, descritte come donne piene di malvagità. Un sentimento che sembra essersi diffuso e aver attecchito nel cuore del personaggio di Charlotte Gainsbourg durante la permanenza nei boschi per i suoi studi. Una rabbia e una furia che dominano il comportamento della donna, spingendola verso una frenesia sessuale senza controllo e a non saper riconoscere la realtà. Da cui i suoi ripetuti rapporti con il marito e i suoi tentativi di ferirlo per costringerlo a rimanere con lei (quando in verità lui non vuole abbandonarla).

Antichrist è quindi una raffigurazione del male con forme femminili. Da ciò la scelta del titolo della pellicola. Altrettanto palesi sono le motivazioni del nome assegnato da Von Trier al bosco (chiamare un posto così Eden è un piccolo grande tocco di genio). 

E’ un film riuscito? Si può dire sì. Anche i suoi eccessi, in questo caso, sono funzionali all’imprimere nella mente dello spettatore un senso di angoscia e di tormento estremi. Certe scene sono sicuramente difficili, particolarmente scabrose se non stomachevoli: l’eiaculazione dell’uomo svenuto con uscita di sangue e il taglio del clitoride della donna con un paio di forbici  colpiscono e non poco.

Lars Von Trier è un regista che vuole indagare la mente umana, le sue pulsioni più nascoste e le paure più nascoste. Lo si capisce guardando alcune delle sue pellicole principali (Dogville, Manderlay, Melancholia e l’ultimo Nymphomaniac). Ci riesce? Direi di sì. Lo fa in modi discutibili? Senza dubbio.