Up

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Carl Fredricksen è un uomo anziano di circa 80 anni. Ha vissuto tutta la vita al fianco della moglie Ellie, conosciuta da bambina e da subito amata. Dopo la morte della donna si è chiuso in se stesso e non accetta la compagnia di nessuno. Sfrattato dalla sua casa e condannato a vivere in una casa per anziani, decide di realizzare l’ultimo sogno della moglie e di volare verso l’America del Sud attaccando migliaia di palloncini alla sua abitazione. Involontariamente porta con sé Russell, un giovane boy scout che vuole acquistare il distintivo di accompagnatore di adulti. Insieme vivono un’avventura che nessuno dei due si sarebbe aspettato.

Up ha vinto il Premio Oscar 2007 come Miglior Film d’Animazione e detiene il record di essere stato il primo cartone animato a essere candidato anche nella categoria Miglior Film, dopo La Bella e la Bestia nel 1991

La trama del film è molto semplice, si potrebbe dire che sia ridotta all’osso: un viaggio, due persone che si incontrano e si conoscono, un cattivo che viene sconfitto. Il pregio di questa storia non sta infatti nel racconto ma nel messaggio che sta dietro di questa: la vita può essere fantastica, anche dopo molti anni e dopo grandi sofferenze. Va sempre vissuta. Carl ed Ellie vivono assieme anni felici, sempre con il sorriso sul viso anche di fronte a fatti dolorosi (come il non poter avere figli). E la donna sprona Carl ad andare avanti, in quella che è senza dubbio la scena più commuovente del film, lasciando un ultimo messaggio nel loro libro delle avventure:

25896_388184154361_4437386_nGrazie per l’avventura. Adesso vivine un’altra! Con amore, Ellie.

Bisogna rialzarsi quando si cade. Questo è quello che Carl impara.

The Conspirator

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15 aprile 1865. Abraham Lincoln viene assassinato. Mary Surratt (Robin Wright), madre di un amico e confidente di John Wilkes Booth, finisce a processo accusata di aver fornito assistenza al gruppo di attentatori. A difenderla durante il processo Frederick Aiken (James McAvoy), reduce di guerra e avvocato. In realtà non si tratta di un processo equo ma di una recita fatta per il popolo e per la sete di vendetta di un’intera nazione.

The Conspirator è un film diretto da Robert Redford, un regista piuttosto singolare. La sua produzione è infatti piuttosto ampia e oltremodo eterogenea per tematiche. Volendo analizzare anche solo di sfuggita questa parte della sua filmografia, si nota che le ultime pellicole sono dedicate a una critica agli Stati Uniti, al governo americano e a molte delle sue ipocrisie. La pellicola dedicata alla storia americana e a quanto successo in seguito all’omicidio di Lincoln parla appunto di questo. Il processo a Mary Surratt mostra un magistrato accusatore senza alcun limite, al quale è concesso ogni cosa pur di arrivare a un verdetto di colpevolezza e un avvocato difensore senza mezzi nella sua ricerca di salvezza per la donna. Il motivo? Lincoln è morto e il popolo americano vuole vendetta. Si badi bene, non giustizia ma vendetta. Una linea che viene portata avanti sia dal magistrato che dalla giuria militare, concorde nella scelta di soddisfare l’odio di tutta la nazione.

E questo è l’interrogativo su cui si basa tutto il film: è più giusta la vendetta o la giustizia? Poco prima che la Surratt sia giustiziata, il magistrato (Danny Huston) cita Cicerone e uno dei suoi detti a cui l’avvocato Aiken risponde prontamente

“In tempo di guerra la legge tace” (Joseph Holt/Danny Huston)

“Non dovrebbe essere così” (Frederick Aiken/James McAvoy)

Fino a che punto si è autorizzati ad arrivare per una causa più alta? Tutti in questo film sono concordi a far morire una donna che, nella realtà dei fatti, non ha nessun ruolo in quanto accaduto. Il motivo è riconosciuto nel bene della nazione americana, per non perdere la pace conquistata con il sangue. Una pace che in realtà brama ancora sangue. E allora di che pace stiamo parlando? E’ veramente pace quella raggiunta?

Alla fine il popolo ha raggiunto ciò che voleva. Gli assassini di Lincoln sono stati tutti giustiziati, il presidente è stato vendicato. Ma cosa distingue il governo americano da John Wilkes Booth e dagli altri congiurati? Entrambi hanno ucciso una persona per i propri scopi. Una diversità oggettiva sembra non esserci, probabilmente non esiste.

The conspirator è il ritratto di una nazione che cerca di superare un evento orribile nella maniera peggiore. Ma è anche il ritratto di due persone che lottano per i propri ideali: la Surratt cerca in tutti i modi di difendere il figlo, Aiken cerca di impedire che la giuria e il pubblico ministero si macchino di una colpa orribile. In realtà Aiken sta lottando per tutta la nazione, perché la fine della guerra rappresenti un vero cambiamento per l’America. Purtroppo senza riuscirci.

Antichrist

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Un uomo (Willem Dafoe) e una donna (Charlotte Gainsbourg) subiscono la perdita del figlio, precipitato da una finestra mentre i due avevano un rapporto sessuale. Lui decide, in qualità di psicologo, di prendere in cura la moglie per cercare di farla uscire dalla depressione in cui è caduta. La porta nel luogo in cui la donna è stata in passato, assieme al figlio, per scrivere un trattato sulla caccia alle streghe e sulla persecuzione delle donne credute tali. Iniziata con intenzioni di cura e di una rinascita, l’esperienza si tradurrà in un orrore indescrivibile e in una sofferenza morbosa.

Antichrist è uno degli ultimi film realizzati da Lars Von Trier, regista moderno fra i più controversi non sempre per ragioni positive (al Festival di Cannes 2011 ha rilasciato dichiarazioni circa la sua fede nazista, dilungandosi in complimenti e affermazioni di lode rivolte ad Albert Speer, ministro hitleriano, e addirittura verso Hitler stesso

“Cosa posso dire? Capisco Hitler. Ha fatto alcune cose sbagliate, assolutamente, ma posso immaginarmelo seduto nel suo bunker, alla fine … mi immedesimo, sì, un po” (Lars Von Trier, Festival Cannes 2011)

dichiarazioni che sono costate l’espulsione dalla manifestazione al regista,  il quale in seguito si è giustificato sostenendo che si trattasse solo di uno scherzo ai giornalisti).

Antichrist è diverso dalle altre pellicole realizzate da Von Trier, e questo è indiscutibilmente un bene. Qui abbiamo elementi che virano indiscutibilmente verso l’horror psicologico e, in alcuni punti, verso l’horror slasher, generi mai toccati prima dal regista (se si esclude la miniseria TV The Kingdom – Il Regno del 1994, anche qui comunque in minima parte). Il risultato finale è un qualcosa che possiede molte luci ma altrettante ombre, può essere apprezzato ma senza dubbio merita anche critiche negative.

L’intenzione di Von Trier era sicuramente di realizzare un film inquietante, che creasse sensazioni difficili da sopportare. In questo il regista ha ottenuto un ottimo risultato. La luce e l’ambientazione scenica scelte sono perfette da questo punto di vista, come anche la presenza di inserti sonori di sicuro effetto.

Come molti altri film che l’hanno preceduto anche Antichrist è una pellicola con diversi contenuti concentrati nei personaggi e nella trama.

Volendone riconoscere uno più importante di altri, in un’ipotetica scala gerarchica, va riconosciuta la descrizione del dramma della protagonista, la lenta discesa di lei fino alla follia. Sostenuto da una prova maiuscola della Gainsbourg, premiata a Cannes come miglior attrice, il film si concentra sui tentativi dell’uomo di far guarire la moglie dalla depressione. Ma sono tentativi inutili giacché il male dentro la donna è qualcosa di parzialmente slegato dalla morte del bambino, forse non riguarda nemmeno questo. Alcune foto trovate mostrano come la donna costringesse il bambino a indossare le scarpe al contrario e. Ma la cosa più grave è che lei ha visto il figlio mentre questi saliva sul tavolo e si dirigeva verso la finestra, senza però fare niente per fermarlo.

E quindi qual’è la spiegazione di tutto questo? Un odio profondo, intrinseco alla natura della donna? Sembrerebbe di sì. La protagonista stava compiendo una tesi circa la persecuzione delle streghe, descritte come donne piene di malvagità. Un sentimento che sembra essersi diffuso e aver attecchito nel cuore del personaggio di Charlotte Gainsbourg durante la permanenza nei boschi per i suoi studi. Una rabbia e una furia che dominano il comportamento della donna, spingendola verso una frenesia sessuale senza controllo e a non saper riconoscere la realtà. Da cui i suoi ripetuti rapporti con il marito e i suoi tentativi di ferirlo per costringerlo a rimanere con lei (quando in verità lui non vuole abbandonarla).

Antichrist è quindi una raffigurazione del male con forme femminili. Da ciò la scelta del titolo della pellicola. Altrettanto palesi sono le motivazioni del nome assegnato da Von Trier al bosco (chiamare un posto così Eden è un piccolo grande tocco di genio). 

E’ un film riuscito? Si può dire sì. Anche i suoi eccessi, in questo caso, sono funzionali all’imprimere nella mente dello spettatore un senso di angoscia e di tormento estremi. Certe scene sono sicuramente difficili, particolarmente scabrose se non stomachevoli: l’eiaculazione dell’uomo svenuto con uscita di sangue e il taglio del clitoride della donna con un paio di forbici  colpiscono e non poco.

Lars Von Trier è un regista che vuole indagare la mente umana, le sue pulsioni più nascoste e le paure più nascoste. Lo si capisce guardando alcune delle sue pellicole principali (Dogville, Manderlay, Melancholia e l’ultimo Nymphomaniac). Ci riesce? Direi di sì. Lo fa in modi discutibili? Senza dubbio.

Centochiodi

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Un professore universitario di filosofia delle religioni (Raz Degan) abbandona la propria carriera e se ne va via, non prima di compiere un eclatante gesto di ribellione, rottura e ripudio del proprio sapere: inchioda al pavimento di una biblioteca cento preziosi incunaboli. Scompare, decidendo di trasferirsi in un vecchio rudere abbandonato. Passano i giorni e intanto l’ex professore fa amicizia con alcuni abitanti del luogo….

Centochiodi è il penultimo film realizzato da Ermanno Olmi, finito di girare nel 2007. All’epoca si disse che questo sarebbe stato l’ultimo film del maestro, deciso a tornare a realizzare documentari (un ritorno alla sua carriera iniziale). Un’affermazione coincisa con l’interpretazione di molti critici come un canto del cigno, un testamento spirituale di Ermanno Olmi.

Si tratta di un film con una scarsa trama, scarsissima, praticamente ridotta all’osso. Fondamentalmente si potrebbe dire che il film racconta della crisi vissuta dal professore e del suo rapporto con le persone che incontra. E questo basterebbe

Infatti Centochiodi è più un film spirituale, dotato di un pensiero profondo e complicato sì ma per i concetti espressi. Si diceva della crisi del protagonista, in realtà un mero inizio (come tanti altri, anche se sicuramente più elegante e raffinato rispetto ad altre possibilità) per ciò che Olmi vuole discutere: di Dio, della fede cristiana e del rapporto con la cultura filosofica e umanistica. Sono molti elementi, uno più complesso dell’altro e che già da soli sarebbero materia bastante per una discussione lunga ore, giorni, anche anni.

Anche se risulta un po’ un paradosso, Olmi dipinge un quadro che vuole essere molto vicino al pensiero e alla vita di Cristo ma fortemente critico verso la figura di Dio e alla cultura clericale. Il che si potrebbe tradurre, secondo l’opinione del regista, in una riscoperta della semplicità, dei piccoli gesti quotidiani.

Già solo il gesto iniziale del professore, inchiodare i libri al pavimento della biblioteca sta a significare una rinuncia, Centochiodi anzi un rinnegare un patrimonio di sapere visto come inutile e dannoso per lo spirito umano, inutile nella ricerca della verità circa la vita e ciò che è giusto e sbagliato. L’inutilità del sapere, della cultura risalta in altri pensieri espressi dal professore durante il film: «C’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri» (detto alla studentessa mentre discute con lei della sua tesina) oppure «Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico». Nel film è presente anche una forte critica alla società contemporanea, presente nelle prime scene del film come anche nell’azione del protagonista di abbandonare la vita, del bruciare le pagine del libro che stava scrivendo essendo questo giudicato inutile.

La critica più forte, più feroce, maggiormente esplicitata è però quella rivolta a Dio: un Dio visto come superficiale, lontano dall’essere umano e menefreghista. L’umanità soffre, è sola, abbandonata da colui che dovrebbe custodirlo e proteggerlo. Una delle ultime frasi pronunciate dal protagonista è pesante come un macigno

«Nel giorno del giudizio sarà lui [Dio] a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo» (professore)

Nonostante un’atteggiamento critico, quasi rabbioso del protagonista verso Dio e la tradizione ecclesiastica, quello di Olmi è un film intrinseco di un notevole senso religioso, di un amore sconfinato verso l’uomodi un spiritualità prettamente cristiana. E’ facile cogliere molti, moltissimi rimandi alla figura di Cristo e alla sua vita. Il professore viene chiamato Gesù in maniera scherzosa dalle persone che conosce nel suo ritiro. La stessa comunità è un richiamo agli apostoli del figlio di Dio. La giovane panettiera si avvicina molto ad essere una Maria Maddalena suis generis, priva del suo passato peccaminoso certo, ma comunque molto più vicina al professore rispetto a tutti gli altri. L’incontro in cui il professore discute con gli altri della multa ricevuta per le baracche abusive è una chiara riproposizione dell’Ultima Cena.

E’ lampante come Olmi voglia, con questo film, invitare a una religiosità più semplice, vissuta con il cuore e lo spiritoNon è una questione di formule sontuose, di una cultura elaborata. Ciò che viene dal cuore, con semplicità è la cosa più giusta. Il professore invita i suoi amici, che hanno ricevuto l’ordine di sfratto per le loro case abusive, a scrivere loro stessi per presentare il caso. Loro vorrebbe ro che fosse lui a indicare cosa sia meglio dire. In realtà ciò che penseranno, che scaturirà dal loro cuore sarà quanto di meglio si potrebbe dire.

E qui si coglie il paradosso di Centochiodi, un film che odia Dio e le religioni, le critica e le ripudia. Eppure crede fermamente in principi che potremmo tranquillamente riconoscere in quelli del cristianesimo: la semplicità, l’amore verso l’uomo, l’amicizia, la fratellanza. Un film che colpisce l’animo più che gli occhi.