Rambo

Rambo

John Rambo (Sylvester Stallone) è un reduce del Vietnam che vuole solo rifarsi una vita dopo gli orrori vissuti in guerra. Giunto in una cittadina in cerca di un amico viene allontanato dallo sceriffo locale (Brian Dennehy); vista l’intenzione del soldato di rimanere decide di arrestarlo e di condurlo in centrale. Gli abusi a cui lo sottoporranno gli altri agenti faranno riaffiorare i ricordi delle torture subite dai Vietcong e porteranno Rambo a decidere di scappare. La vicenda si risolverà in una battaglia tra il soldato e le forze di polizia locali, coadiuvate dal colonnello Trautman (Richard Crenna), maestro e superiore di Rambo …

Rambo è uno dei film più famosi nella storia del cinema. Non è generalmente considerato un film d’autore ma piuttosto  una di quelle pellicole che divertono il pubblico e fanno incassare molto (in effetti il film incassò 47 milioni di dollari negli Stati Uniti e 125 nel resto del mondo, un risultato ampiamente soddisfacente). Io penso che Rambo contenga una profondità inaspettata. Non è un film sulla guerra e sulla violenza.

Il punto principale è la ricerca di pace e di un posto dove stare. Questo è ciò che Rambo cerca, in questo film come anche nei sequel. Lui vuole solo una casa dopo aver combattuto per il paese, ritiene di meritarselo. Ma nessuno lo vuole, non c’è niente per lui. Durante il primo scontro con lo sceriffo nel bosco Rambo gli dice di lasciarlo andare. Rambo vuole solo essere lasciato in pace, vuole dimenticare l’orrore e le torture vissute. Tutti però lo rifiutano, lo gettano via e lo scherniscono:

Potevo ucciderli tutti, potevo uccidere anche te. In città sei tu la legge, qui sono io. Lascia perdere, lasciami stare o scateno una guerra che non te la sogni neppure. Lasciami stare. Lasciami stare.

Tutto questo si ricollega all’allontanare e al non accogliere qualcuno perché diverso. Si ha paura di quello che non si conosce e si preferisce rifiutarlo, perdendo la possibilità di far crescere la propria anima e farla diventare qualcosa di migliore.

Rambo rappresenta tutto questo: l’emarginazione e l’odio, il disprezzo e la paura di aprire il proprio mondo a qualcosa che viene da fuori. Il monologo finale, recitato da uno Stallone in lacrime, mostra tutta la sofferenza di un uomo che ha vissuto l’inferno per essere rifiutato dal suo paese, un dolore che è tanto suo quanto di ogni altra persona non accettata:

“Io là pilotavo gli elicotteri, guidavo un carro armato, rispondevo di attrezzature per milioni, poi non riesco neanche a trovare lavoro come parcheggiatore! Ma perché? Perché? Dove sono finiti… i miei amici, dove sono finiti? Dove sono finiti tutti quei ragazzi? Dove sono finiti loro? Avevo tutti quei compagni intorno, erano amici miei, qui non c’è più nessuno. Si ricorda di John Voli? Mi disse “quando torniamo compriamo cento biglietti della lotteria, vinciamo un mucchio di soldi e ce ne andiamo a Las Vegas”. Non faceva che parlare di Las Vegas… e di comprarsi una macchina. Una chevrolet rossa decappottabile, Lui parlava sempre di quella macchina, diceva che ci voleva correre fino a che si consumavano le gomme… In quella scatola c’era l’esplosivo e quando lui l’ha aperta, il suo corpo è volato in aria in tanti pezzi. Era steso lì e urlava come una bestia e io avevo i pezzi della sua carne maciullata addosso, e ho dovuto, ho dovuto togliermeli da solo. Avevo i pezzi di carne del mio amico addosso, il sangue e tutto il resto. Cerco di rimetterlo insieme, ma le sue budella mi scappano sempre fuori. E nessuno mi aiuta, non c’era nessuno, e lui fa “voglio andare a casa, voglio tornare a casa”, e continua a ripeterlo “voglio andare a casa, Jonny, voglio guidare, andare sulla chevrolet”, e io non riesco neanche a trovare, a trovare le sue gambe. Non posso dimenticarlo, e sono passati sette anni, e succede tutti i giorni …  Come è possibile? Non posso dimenticarlo, non posso, che devo, che, che devo fare?”

Il pregio di questo personaggio sta anche nell’interpretazione di Sylvester Stallone. Normalmente sia bistrattato dalla critica (è ufficialmente l’attore ad aver avuto più candidature e vittorie ai Razzie Awards come Peggior Attore protagonista, con trenta nomine e dieci premi) Stallone non è un pessimo interprete per come la vedo io. In molti film ha mostrato di saper esprimere il dolore e l’angoscia provati dal suo personaggio, mentre in altre pellicole (a me viene sempre in mente Oscar, un fidanzato per due figlie) ha tirato fuori inaspettate capacità comiche che hanno contribuito a rendere pregevole il risultato finale. I primi due sequel non hanno aggiunto molto alla figura di Rambo mentre John Rambo, l’ultimo film della saga uscito qualche anno fa, completa la storia del reduce del Vietnam dandogli forse la pace che aveva sempre cercato; secondo questo punto di vista può non essere un caso che alla fine Rambo torni alla fattoria di suo padre dove è nato e cresciuto e riesca finalmente a tornare a casa dopo tanto peregrinare.

La saga di Rambo non è semplicemente una visione della guerra ma, intimamente, è un grido di sofferenza, un appello ad accettare ciò che è diverso e ciò che siamo intimamente, nel bene e nel male.

Hates – House at the end of the street

House_at_the_end_of_the_street

Elissa (Jennifer Lawrence) e sua madre Sarah (Elisabeth Shue) si trasferiscono in una nuova cittadina per riprendersi dal divorzio della donna. Qui fanno la conoscenza di Ryan (Max Thieriot), un ragazzo che vive da solo dopo l’omicidio dei suoi genitori da parte della sorella. Elissa e Ryan fanno subito amicizia, un sentimento che si trasforma in amore;  il giovane tuttavia nasconde un orribile segreto…

Il regista conosce il suo mestiere e gli attori recitano il proprio ruolo in maniera dignitosa. Il mio parere è che manchi comunque qualcosa, ci sono vari spunti non studiati a fondo ma lasciati a penzolare senza una soluzione efficace: abbiamo il rapporto madre e figlia, il ragazzo che viene preso di mira dai coetanei, il dramma di una famiglia uccisa da un suo stesso componente, l’abuso di minore perpetrato dai genitori, il senso di colpa… Tutta una serie di elementi che di per sé sarebbero funzionali alla realizzazione di uno script di successo. Ma Jonathan Mostow (sceneggiatore del film) non sembra capace di scegliere e preferisce avere tutto, con il risultato di ottenere una sinfonia stonata a causa delle troppe note inserite. Il finale della pellicola soprattutto dà l’impressione di una storia che non sa spiegarsi e lascia agli ultimi fotogrammi il compito di svelare alcuni perché del film.

Sugli attori non c’è niente da dire. Interpretazioni senza infamia e senza lode, i personaggi sono presenti anche se non lasciano il segno.

Hates – House al the end of the street rappresenta un mezzo passo falso per la Lawrence, dopo il premio Oscar come Miglior Attrice grazie al film Il lato positivo – Silver Linings Playbook e le ottime recensioni ottenute con il blockbuster The Hunger Games. Non si tratta di un capolavoro e nemmeno di un bel film, si può vedere una  volta ma sicuramente non si avrà voglia di rivederlo.